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SONO MAGGIORENNE ESCI
tradimenti

TABOO 4


di xxxGIOxxx
17.12.2025    |    550    |    0 8.0
"Il ragazzo le prese la testa, aveva raccolto i capelli in una coda alta quella sera, apposta, e la spinse giù, verso il suo cazzo..."
Elena uscì di casa con il cappotto abbottonato fino al collo, i tacchi che risuonavano sul cemento del garage sotterraneo. L’aria di dicembre era tagliente, ma sotto il cappotto il vestitino nero la faceva sentire nuda, esposta, già bagnata al solo pensiero di ciò che stava per fare. Salì sul SUV, accese il motore e guardò l’orologio: erano già le 20:45. Troppo tardi. Il traffico milanese era un incubo, auto che strisciavano nella nebbia come lumache.
Guidò veloce, cambiando corsia con aggressività insolita per lei, il cuore che le batteva forte. Tra le gambe sentiva un calore liquido, la figa che pulsava a ogni sobbalzo dell’auto. Appoggiò la mano destra sulla coscia nuda, sotto il cappotto aperto, sfiorando l’orlo del vestitino. Voleva toccarsi, infilare le dita dentro e venire subito, ma si trattenne. Non poteva arrivare tardi. Non poteva rischiare di non trovarlo.
Arrivò al supermercato alle 20:58. Il parcheggio era quasi deserto, la nebbia densa che avvolgeva tutto in un velo grigio. Parcheggiò nello stesso posto del giorno prima, scese e si guardò intorno. Nessuna traccia di lui. Una delusione fredda le strinse lo stomaco. Stava per risalire in auto quando lo vide: appoggiato a uno dei pali metallici che sorreggevano la tettoia dei carrelli, giubbotto logoro, sorriso appena accennato.
I loro sguardi si incrociarono. Lui la riconobbe subito. Elena sentì il calore affluirle alle guance e tra le gambe. Si fece forza, inspirò profondamente e aprì il cappotto, mostrando il vestitino corto, i lacci che stringevano i seni pieni, il décolleté profondo, le cosce nude sopra i tacchi.
«Vuoi salire in auto?» chiese con voce bassa, tremante ma decisa.
Il ragazzo restò un attimo sorpreso, poi annuì e si mosse verso di lei. Elena risalì al posto di guida senza chiudere il cappotto, il freddo che le mordicchiava la pelle ma il calore dentro che la scaldava. Lui salì sul sedile del passeggero, portando con sé l’odore di strada, di uomo giovane, di desiderio.
Lei mise in moto e si diresse verso l’angolo più buio del parcheggio, dietro i cassonetti, dove la nebbia era più fitta e nessun lampione arrivava. Spense il motore.
Lui la guardò, gli occhi scuri che brillavano. «Tu bella signora,» disse con l’italiano stentato, la voce rauca. «A me mi piaci molto.»
Mentre parlava, aprì la zip e tirò fuori il cazzo, già semiduro, pesante sulla coscia.
Questa volta Elena non aspettò. Allungò la mano curata, unghie con smalto bianco perla, e lo prese in pugno. Adorava quella sensazione: la pelle calda, morbida, che si tendeva e induriva sotto le sue dita, diventando una barra di carne dura come roccia. Lo segò piano, ipnotizzata dal contrasto tra la sua mano elegante e quel membro nero, venoso, enorme.
Lui allungò la mano verso i suoi seni, palpandoli da sopra il vestitino, stringendo i capezzoli attraverso i lacci. Elena gemette, poi guidò la sua mano più in basso, sotto l’orlo corto, direttamente sulla figa fradicia, nuda e pronta.
Lui infilò un dito grosso dentro di lei senza esitare, poi un secondo, e iniziò a muoverli veloci, curvandoli per colpire quel punto che la faceva impazzire. Elena venne quasi subito, contraendosi intorno alle sue dita, segando il cazzo con più foga, il corpo che tremava sul sedile di pelle.
Il ragazzo le prese la testa, aveva raccolto i capelli in una coda alta quella sera, apposta, e la spinse giù, verso il suo cazzo. Elena sentì l’odore acre, muschiato, di urina e sudore maschile. Invece di ritrarsi, quel profumo la inebriò, la fece sentire sporca nel modo più delizioso. Aprì la bocca e lo prese dentro.
Era grosso, troppo grosso. Dovette spalancare le labbra al massimo, la mascella che protestava. Sbavò subito, la saliva che colava lungo l’asta mentre cercava di succhiare. Non era esperta, con Marco non l’aveva quasi mai fatto, ma l’istinto la guidava.
Lui le afferrò la coda come una maniglia e spinse, guidandole la testa su e giù, infilandole il cazzo in gola fino a farle lacrimare gli occhi. Con l’altra mano passò dietro, tra le sue cosce, trovò di nuovo la figa e poi, con il dito bagnato dei suoi umori, si spostò sul buchino stretto.
Elena non aveva mai fatto niente di anale, nemmeno un dito. Il pensiero la terrorizzò e la eccitò allo stesso tempo. Sentì la pressione, poi la falange che entrava piano, dilatandola. Il bruciore si mescolò al piacere, la figa che pulsava.
Si infilò due dita dentro mentre lui la scopava in bocca e le penetrava il culo. Venne di nuovo, forte, il corpo che si irrigidiva, mugolando intorno al cazzo.
In quello stesso momento, lui grugnì e le sborrò in bocca. Schizzi caldi, abbondanti, salati, che la inondarono. Ne ingoiò una parte, il resto le colò dal naso e dalla bocca, facendola starnutire, tossire, riprendere fiato tra risate nervose e gemiti.
Si rimise seduta, il trucco sfatto, la bocca gonfia, il vestitino sgualcito. Lui si rinfilò il cazzo, ancora semiduro, nei jeans.
«Tu migliore donna bianca che succhia,» disse con un sorriso soddisfatto. «Mai così.»
Elena sorrise, orgogliosa, accese il motore e lo riportò vicino ai carrelli. Scese per prima, si sistemò il cappotto.
Una donna sulla sessantina, che stava caricando la spesa, li vide: il ragazzo nero che scendeva dal SUV di lusso, la signora elegante con il rossetto sbavato. La fissò stupita, quasi scandalizzata.
Elena la ignorò, salutò il ragazzo con un cenno complice. Lui ricambiò con l’occhiolino e quel ghigno che ormai le era familiare.
Salì in auto, partì. Nello specchietto retrovisore, si guardò: labbra tumide, un filo di sperma all’angolo della bocca, si pulì con il dorso della mano e lo lecco bramosa.
Sì, aveva fatto un pompino a un ragazzo nero in un parcheggio.
Sì, le era piaciuto da morire.
Sì, era stata brava.
E, cosa che non avrebbe mai immaginato fino a una settimana prima, le piaceva fare la troia.
Domani sarebbe tornata.
E forse avrebbe voluto di più...
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